Sono successe molte cose in un lampo. Mi sono trovata sotterrata sotto montagne di sabbiaparole che appena mi muovevo mi affogavano sotto onde impietose, gessandosi in dune di deserti bianchi come fogli e paura. Respiravo poco là sotto, figuriamoci "pensare". I suoni arrivavano attutiti, come attraverso una coltre di neve, ma non era così fredda da volersela scrollare di dosso... mi ci sono abituata, a quella vita sotterranea. Coccolata, amata, al calduccio... protetta. Senza la necessità di un "pensiero".
Poi è passato un vento freddo, e nonostante stessi rannicchiata là sotto, l'ho sentito.
E' diventato sempre più forte, una tempesta. E le gocce di pioggia hanno scavato fin giù... e mi hanno trovato. Gelate, sono arrivate fino al cuore, e ho sentito un brivido.
Così ho capito, che ero io il deserto, ed ero io il temporale, e le ho riconosciute, le mie lacrime.
E guardando in alto, sulla superficie delle cose, ho capito che non volevo risalire. Non ora, ti prego, no... piangevo come una bambina egoista.
Invece è successo, e il deserto è rimasto bianco, scavato dalla pioggia ma bianco, perchè non ci sono parole.
Come spiegare che nonostante qualche gene di distanza, nonostante occhi gialli e una mappa di pelo che ho seguito dall'infanzia fino a poco tempo fa come guida, nella quale mi perdevo accarezzandola e amandola, là, sotto quella pelle ormai tirata e quelle ossa così fragili... c'era mia sorella...?
Mi fa ancora male scriverne.
Forse non potrò mai spiegarlo a parole. Non trovandole per tanto tempo, ho perso fiducia in loro, nel loro potere d'esorcizzare quelle strisce di pioggia che solcano ancora il mio deserto, come righe vuote di un quaderno.
Scusate le poche confuse parole. Forse non le so più usare.
domenica 5 ottobre 2008
sabato 2 agosto 2008
***30***
Trenta è una cifra cicciotta. Stamattina tra il sonno e la veglia, immaginavo il povero 3 che, non ancora abituato al suo posto, caracollava e inciampava, cadendo sul suo vuoto e diventando un "no" corsivo, con la grafia del primo giorno di scuola. Perchè no? La negazione insita in questo trentesimo anno non mi sembra giustificata. Dopotutto, sono già trentenne da un anno, e da oggi entro nel trentunesimo; solo che non lo sapevo, o almeno non lo sentivo. E dopotutto l'importante è questo: porterò ancora il cappello con le orecchie da gatto, d'inverno. E d'estate le mie scaciatissime sinocrocs rosso scambiato. E continuerò a disegnare pupazzetti strambi, a dipingerli magari sulle mie scarpe con un pennellino intinto nel lucido nero testa di moro, e a sognare a colori tutte le mille vite che mi porto dentro, compreso quel racconto per bambini che ho lasciato a metà e che ogni tanto ritrovo sparso in vecchie agendine sdrucite. La mia mente parla ancora i linguaggi delle crisalidi, ed è pronta per mille nuovi risvegli.
venerdì 25 luglio 2008
Cuscino speciale
mercoledì 2 luglio 2008
CRASH DI SISTEMA
Sono e sarà sempre niubba, in tutte le materie e in tutti gli ambiti. Perchè oltre ad avere l'unica certezza di essere ignorante in fin troppe cose, le stesse cose che conosco... le dimentico con una facilità impressionante. Credo che il mio cervello pensante si sia atrofizzato. Mi sa che ormai faccio tutto in automatico, grazie alle funzioni del cervelletto. Sarà il caldo? O l'età? O il lavoro? O un mix intossicante di queste tre cose?Negli ultimi tempi lavoro talmente tanto al PC che il mio cervello ha cominciato a mimare il funzionamento di Windows. Se faccio due cose contemporaneamente, in una delle due mi blocco come se fossi stata ipnotizzata, o agisco in slow motion. Tipo lavare i piatti mentre guardo Green Mansions con Audrey Hepburn. Perchè poi alla fine lei muore. O no? Il bicchiere insaponato resta pericolosamente sospeso, trattenuto solo in un angolino dal guanto di plastica giallo Pikachu.
Poi me ne accorgo e ricomincio a sciacquarlo, piatto, pentola, forchette.... piatto.... Ma anche lui è morto allora? Il piatto raggiunge un precario equilibrio semiappoggiato sull'angolo del lavello. Cavolo, sì che deve essere morto, oppure si è preso delle droghe pesanti per veder fiorire gigli bianchi nella foresta e vincere contro un indio forzuto, armato e perfido...
Il piatto cade e urta la padella. Un'altra incrinatura, forse quella fatale. Porca paletta, ho tutti i piatti fondi scheggiati ai bordi.
E così mentre sto studiando costituzionale. Passa un ambulanza, Marco si affaccia al balcone, "Ma che si è fermata sotto da noi?", rientra, mi parla dei colpi di calore ai vecchietti, del cagnolino della vicina al terzo piano che abbaia un pò troppo e forse sarebbe il caso di chiamare la Protezione animali.... Ma la mia mente non afferra altro che la differenza tra legislazione concorrente e residuale tra Stato e Regioni. Poi, dopo circa cinque minuti, mi viene il dubbio. "Ma mi hai detto qualcosa?". Ho sposato un santo.
mercoledì 18 giugno 2008
La luce dentro alle persone

Banana Yoshimoto mi lascia addosso sempre una sensazione un pò vaga, come una storia di cui dimentico la trama, come una pellicola leggera di parole che si stacca dalla mia pelle per mostrarmi sotto una nuova lucida me stessa. Nell'istante stesso in cui poi si esauriscono le pagine, avviene un subitaneo tabula rasa, e mi stupisco di com'è semplice dimenticare le parole, lasciando invece accumulare nel profondo le sensazioni. La mia nuova pelle diventa subito opaca e grigia, e comincia a tornare la corazza di sempre. Però dentro, come un'eco morbida e potente, rimane un senso di miracolo, di ingenua grazia fragile e inaspettata, e una luce calda e soffusa mi si deposita nel cuore. Danza assieme alle scintille di mille altre voci, e canta una vecchia ballata medievale che addormenta l'ombra come una ninna nanna. Chissà se lo spirito può sorridere: quando sento questa luce dentro, ho la sensazione che sia possibile.
E poi, a volte, questa luce filtra attraverso gli specchi dell'anima; vibra di meraviglia come il riflesso della luna in fondo a un pozzo, alla notizia che dentro il ventre di una persona cara sta nascendo una microscopica vita. O esonda maree di gioia, piccoli torrenti di lacrime nati chissà dove, dall'oceano che ciascuno custodisce dentro come ricordo primordiale di materno amore. E l'attimo che innesca questa esplosiva reazione spirito-corpo, che sconvolge e rimescola tutto, può anche essere una semplice notizia che appare sul display di un telefonino, mentre una coccinella distratta si posa sul vetro e vibra le antenne all'unisono col battere del tuo cuore.
Ma come si fa a non credere nei miracoli?
martedì 27 maggio 2008
mercoledì 7 maggio 2008
Sogni e bisogni
Quando m'immergo nelle calde acque placentari dell'universo onirico varco ogni limite, mi scindo in mille particelle brillanti e mi ricompongo come un'avventurina stellata sul fondo dell'abisso. Non ho la purezza paziente di una perla, e neanche il fascino barocco dell'imperfezione: mi condenso in un grumo sferico e scuro, screziato dalle imprevedibili possibilità nascoste nella danza delle sinapsi. Pian piano la possibilità prende forma, e mi ritrovo col corpo di un uomo, di un felino mutevole, di un fantasma galleggiante. Annaspo tra scale di legno marcio, salendo lungo la spirale coclide delle mie insicurezze, osando guardare alle spalle vecchie paure deformi e fiammeggianti. Oppure mi districo tra giungle di stanze entro labirintici cubi dimensionali. O, ancora, mi lascio sfuggire qualche lacrima che brucia fin dentro il cuore, avvolta in una luce di vaniglia soffice e respirando profumi di lavanderia antica, mentre stringo la mano di una persona che nel mio mondo non esiste più. Come potrei raccontare i miei sogni? Spesso li trovo più intensi delle giornate al di là di questa soglia, dove esistono il tempo e la morte. Li sento con sensi di cui non conosco la dislocazione, li ricordo con una intensità che mi spaventa. A volte, per più di qualche secondo, li confondo addirittura con avvenimenti "reali", e non riesco a trovare il confine tra il tempo che passa e quello che esiste.Creo sogni a scatole cinesi, a puntate, ad albero. O forse sono loro che creano me, un frammento dopo l'altro, come un puzzle di emozioni e ricordi che viene man mano riordinato in un essere pluridimensionale.
Qualche mese fa c'è stato un sogno lunghissimo, ne sentivo ogni scena con una strana partecipazione vibrante. Mi sono ripromessa di metterlo per iscritto, e su fogli svolazzanti la mia penna ha corso per ore, per appuntarne qualche barlume. Ho addirittura comprato un quaderno, per districare quella matassa aggrovigliata e tesserlo secondo una certa narrazione da poter condividere. Ma il quaderno è ancora lì, col suo silenzio bianco vergato di linee sottili come fili... un pò per il tempo che scorre tiranno, e che non so controllare, un pò perchè è qualcosa di così intimo che vorrei prendermi il tempo per i preliminari... ma pian piano l'emozone svanisce, e rimane solo la forma... le scintille affogano negli abissi, e io dalla superficie, da quassù, non riesco a far altro che guardarle agonizzare; un'altra volta, come sempre, si spegneranno, sgretolandosi con un muto disappunto, e sedimenteranno come sabbia nelle mie profondità....
Poi arriverà un'altro sogno, a scuotermi, a chiedermi di danzare. Forse un giorno riuscirò a prendere quella luce... prima che si spenga?
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