
Vi assicuro che è pelosissimamente morbido e comodo, ottimo per chi ha problemi di osso sacro. Lavabile a secco, ecologico, elettrostatico, vibrante, si ricarica con batterie a base di tonno e misto mare. Una unica controindicazione: a volte punge.
Sono e sarà sempre niubba, in tutte le materie e in tutti gli ambiti. Perchè oltre ad avere l'unica certezza di essere ignorante in fin troppe cose, le stesse cose che conosco... le dimentico con una facilità impressionante. Credo che il mio cervello pensante si sia atrofizzato. Mi sa che ormai faccio tutto in automatico, grazie alle funzioni del cervelletto. Sarà il caldo? O l'età? O il lavoro? O un mix intossicante di queste tre cose?
Quando m'immergo nelle calde acque placentari dell'universo onirico varco ogni limite, mi scindo in mille particelle brillanti e mi ricompongo come un'avventurina stellata sul fondo dell'abisso. Non ho la purezza paziente di una perla, e neanche il fascino barocco dell'imperfezione: mi condenso in un grumo sferico e scuro, screziato dalle imprevedibili possibilità nascoste nella danza delle sinapsi. Pian piano la possibilità prende forma, e mi ritrovo col corpo di un uomo, di un felino mutevole, di un fantasma galleggiante. Annaspo tra scale di legno marcio, salendo lungo la spirale coclide delle mie insicurezze, osando guardare alle spalle vecchie paure deformi e fiammeggianti. Oppure mi districo tra giungle di stanze entro labirintici cubi dimensionali. O, ancora, mi lascio sfuggire qualche lacrima che brucia fin dentro il cuore, avvolta in una luce di vaniglia soffice e respirando profumi di lavanderia antica, mentre stringo la mano di una persona che nel mio mondo non esiste più. Come potrei raccontare i miei sogni? Spesso li trovo più intensi delle giornate al di là di questa soglia, dove esistono il tempo e la morte. Li sento con sensi di cui non conosco la dislocazione, li ricordo con una intensità che mi spaventa. A volte, per più di qualche secondo, li confondo addirittura con avvenimenti "reali", e non riesco a trovare il confine tra il tempo che passa e quello che esiste.
Ultimamente un mio amico mi ha fatto un regalo inaspettato. Mi è arrivato un pacchetto nipponico contenente qualche delizia che qui in Italia è difficile trovare. Premettendo ke al maritino si accappona la pelle al solo pensiero di considerar deliziosi dolci a base di maccha o anko, io non posso davvero fane a meno. Mi intristisco se non posso assaggiarli per troppo tempo; perchè mi fa avvertire quanto la distanza pesi ancora sugli indicibili lussi e comodità apportati dal mercato globale. Anche se la mia anima ecologista agonizza al pensiero degli aerei merci che trasportano da una parte all'altra del mondo queste inutili piccolezze, faccio voto di tipicità nella mia spesa quotidiana promettendomi di incrementare formaggi e verdurame locale per espiare... Ma rinunciare al maccha, come si fa? Recentemente una dottoressa, peraltro nel giusto, mi ha intimato di eliminare dalla mia dieta caffè, cioccolata, piccante, pomodori, agrumi e alcolici... ma il maccha no, non ci riesco. E sinceramente anche al cioccolato concedo qualche peccaminosa svista. Nel pacchetto oltre alle mie consuete dosi di maccha in polvere, c'erano anche due ciotoline di oshiruko liofilizzato. Cavolo, liofilizzano proprio tutto.... come dire che qui potremmo fare il tiramisù o la pastiera liofilizzata, per chi non ha tempo di fare quelli veri. Il tempo è sempre un lusso che si paga caro, chi lavora lo sa bene. E chi più dei giapponesi ne è consapevole? Ma bando ai compromessi qualitativi, che fin quando si può si evitano, queste coppette di polistirolo in cui versare acqua calda ed aspettar due minuti, son davvero un giocattolo prodigioso. Dopo aver miscelato per bene, l'oshiruko sembra assumere un aspetto quasi convincente. Il mochi sprofonda invece di galleggiare, ma va bene lo stesso. Ne prendo un cucchiaino, lo assaggio e.... mi viene da piangere. Primo, perchè sento la mia anima trasporta virtualmente in Giappone. Secondo, perchè le mie papille gustative inferiori constatano un retrogusto di polistirolo. Un viaggio breve, un ritorno un pò brusco. Ma mi è bastato. Anche il maccha ice funziona bene, e mi si bloccano le lacrime in gola, di solito. Ma niente come lo zenzai mi teletrasporta indietro nel tempo e nello spazio, fino a collocarmi a Tokyo, in un locale sotterraneo di Ginza, assieme ai miei amici Isao e Yuki. Forse sarà perchè solo in giappone una pappetta dolce e calda di fagioli rossi con roba molliccia e bianca che galleggia può essere considerato un dessert. Sarà anche rivoltante a vedersi, come molti qui in Italia mi hanno fatto notare. Eppure io lo trovo bellissimo. Ha davvero un sapore magico, che mi riporta in Giappone. Non so come mai. Ma mi sale dentro una malinconia struggente, come quella di un bambino rapito a cui viene data dopo anni di reclusione una fetta di torta fatta dalla mamma. Alla faccia delle madeleine di Proust... è una cosa che non si può spiegare.
Avete mai sentito parlare della teoria delle stringhe? Mi viene da ricordare quando da piccola tracciavo ragnatele pluridimensionali all'interno dell'armadio di balsa nella mia cameretta di Campobasso. Ogni istante portava ad una o più biforcazioni, in un gioco a scatole cinesi infinito. Diciamo, un numero di scatole (che chissà perchè immagino sferiche) che si aggira sul 10 alla 500sima. Alla faccia della potenza... in tutti i sensi.