lunedì 25 febbraio 2008

Il complesso di Penelope


Chissà se mi sto ammalando di indecisioni. Forse la paziemza smisurata non è un pregio, forse vale la pena fermarsi a guardare la tela ogni tanto, piuttosto che continuare a tessere imperterrita. Però tessere dà una tale sicurezza... Penso che Penelope non ce l'avrebbe fatta a restare sola tanti anni, se non avesse addormentato il suo cuore con la nenia del fare e disfare... un pò come quella che le casalinghe sagge conoscono bene, e che usano come incantesimo di annullamento. Non sono più io, sono le cose che faccio, sono il ritmo della navetta che scivola veloce avanti e indietro tra le onde dell'ordito, ipnotica, rassicurante.

Mi sono riletta quel passaggio finale dell'Odissea, attraverso le parole di Pindemonte, mentre il treno della linea Fara Sabina mi cullava. Quello dell'ultimo trucchetto di Penelope, dell'ultimo muro del suo cuore d'acciaio, indurito e al contempo sospeso, prima di abbandonarsi alle lacrime e credere davvero. E mi è venuta in mente anche la sfortunata dama di Shalott, ritratta come solo i preraffaelliti sanno fare, con quel cremisi e quei capelli morbidi, e le tappezzerie così raffinate che sembrano palpabili. Lei non attendeva, poverina, perchè non c'è speranza nelle maledizioni. E la sua era quella di non poter vedere la realtà con gli occhi, ma solo attraverso fumosi specchi, e ritrarla sulla tela che tesseva giorno dopo giorno. Chissà se davvero la speranza fa la differenza? E' meglio un cuore di ghiaccio, o uno di vetro? Se non arriva nessuno a sciogliere il ghiaccio, se non viene nessuno a spezzare il vetro, c'è davvero senso nel tessere?

mercoledì 23 gennaio 2008

Le idee in testa

La Guerrilla Marketing è attorno a noi. Forse un pò meno nel Bel Paese, dato che c'è un sacro timore che la fase teaser possa turbare troppo gli animi delicati. Come dire: facile far ridere con le barzellette "sporche"; se si è davvero bravi si riesce a attirare l'attenzione anche col fantasma formaggino. E da noi l'equilibrio sta tutto qui, in bilico tra la tensione centrifuga all'innovazione per produrre emozioni forti, e la forza centripeta del perbenismo filovaticanense. Ma che effetto virale vuoi produrre in un paese dove anche la zuppa di coccodrillo della Knorr diventa prosaicamente un piatto di "verdure da grandi"? Ci vogliono davvero degli Einstein che al posto delle sinapsi dei neuroni hanno delle supernove.

Forse è per questo che sguazzo nel copywriting mantenendomi giusto sul bordo dell'abisso, da brava funambola cieca che ascolta il vento più che badare alle regole wikipediane. Per ora però, coi miei gessetti colorati di certo non riuscirei a raggiungere la complessità di un Picasso; e nel caso esploda una illuminazione da supernova nel mio cervello, lo sapranno anche le talpe, lo prometto, alla faccia della mia timidezza. Insomma, per ora rimastico gli stessi titoli e mi muovo nei soliti confini, perchè è questo che mi fa portare il pane a casa. Comodo veleno moralmente degradante, come fare la spesa senza leggere gli ingredienti e le multinazionali produttrici, perchè fa risparmiare tempo.

Tempo che quando va bene si passa a pensare. Pensieri che implodono in sè stessi, si frantumano in polvere di stelle, e si spargono in fantasie a vicolo cieco a cui sono ormai abituata. Il mio callo dello scrittore si è trasferito dentro, nascosto tra circonvoluzioni cerebrali a me ignote, e si attiva in automatico lasciando scorrere immagini e sensazioni. Mi rilassa, e lascia in pace la mia tendinite latente.

Insomma, pensare pesa, come vedere. Per guardare, per sentire, basta un romboencefalo, nel senso che il rumore ottundente che ci avvolge è diventato tutt'uno con noi.
Forse è per questo che scrivo di meno. Comincio ad apprezzare il silenzio. O ad abituarmici.

martedì 13 novembre 2007

Assassanità

Ma come ca**o ha fatto il Governo a spendere un milione e mezzo dei NOSTRI euro per questa indecenza di campagna "Pane Amore e Sanità"??? Complice Oliviero Toscani, che francamente o ha un'ironia fenomenale e prende per il culo ad arte i committenti, o si è reso complice di una farsa ignominiosa in nome del dio denaro offendendo il popolo italiano. Ma c'è un copy dietro questa frase assurda??? O mi sfugge il senso profondo che cela dietro quel sorrisetto sadico l'infermiera rubizza e fotoritoccata? Ad onor del vero, il cartellone qui sopra l'ho "leggermente" modificato, ma vi assicuro che l'originale era ancora più inquietante. Le guance fotoniche sono davvero così.

Vi racconto una storiella. Di recente mi è capitato di fare quattro prelievi di sangue uno dietro l'altro, perchè in tutta Roma pare non esista un laboratorio d'analisi che faccia tutto ciò che mi serve controllare. Di questo mio sangue prezioso, si è avuta molta cura. Talmente tanta che una volta l'hanno perso. E un'altra pure. E un'altra volta l'infermiera non mi trovava le vene e mi ha bucherellata finchè un medico pietoso non ha provato sull'altro braccio. La penultima volta mi ha fatto un male cane e mi è venuto un livido violaceo-azzurrognolo che è durato tre giorni. Alla quarta infermiera, mia madre che ha lo sguardo allenato ha chiesto per favore di mettersi i guanti, perchè di solito non si fanno i prelievi a mani nude dopo aver raccolto la roba caduta dal pavimento sozzoso, aprendo le maniglie luride ed altre amenità negli ambuienti men che sterili dove si fan i prelievi. Lei ha detto di sì, ma lo sguardo allenato alla stronzaggine non mente: si è messa un guanto di fretta alla mano destra, e poi con la sinistra mi ha cercato la vena, aperto la farfalla della siringa e me ne ha infilato l'ago come fosse una zappa prima che potessi dire "a". Non ho voluto dargli soddisfazione e ho iperventilato sorridendo affabilmente, mentre dentro di me gridavo "a li mortacci tuaaaaah!".... E lei gentilmente per tranquillizzarmi mi ha detto che spesso capita che le provette si rompano, centrifugando. Ma che diamine usate, una Whirpool a 800 giri??

Diciamolo: che il Ministero della Sanità compie 30 anni non gliene frega niente a nessuno.

Ma magari, non doversi svegliare alle 6 per stare alle 7 davanti alla macchinetta numeratrice per prendere il numero per la pre-fila per prendere quello della fila quando accenderanno le macchinette alle 8, e dalle 8 alle 9 questionare con un'addetto al computer che non sa manco usare la tastiera per inserire gli esami giusti e pagare il ticket, e poi farsi tre ore di fila davanti al laboratorio... (mi è successo proprio così, ieri, all'Eastman. Pari pari. E c'era gente di fuori che stava lì dalle 5 e si era svegliata alle 4).

Bè, insomma, potrebbero investire in formazione professionale, attrezzature migliori, o anche solo in una bottiglia di lysoform in più. E non vi ho deliziato con tante altre oscenità di cui sono stata testimone negli ospedali di Roma. Meglio riderci su. Come ha fatto Toscani. E, ahimè, pure Prodi... ma forse non l'ha capita.

mercoledì 24 ottobre 2007

Il grande mare


Ad ogni azienda o luogo dove mi reco per un colloquio, se l'atmosfera si rilassa pian piano fingendo dietro l'indifferenza un'accoglienza amichevole, colgo atteggiamenti, figure, frasi addirittura, che si ripetono come in una pantomima dove mi ritrovo spettatrice involontaria. E nell'odore di fumo che si spande per l'aere riesco ad avvertire il solito scomodo segreto che assieme mi ferisce e mi fa sentire sollevata.
Avrei voluto dirlo, in quella classe di alunni ancora non-persone, ma abbastanza ego-agglomerati da avere un proprio carattere e inclinazioni, che tutto quello che li aspetta da grandi nel fantomatico Mondo del Lavoro non è che una farsa recitata bene o male dietro veli di inglese vaselina e di istinti animaleschi mascherati ad arte;
avrei voluto insegnargli, al posto di termini desueti (prof, che roba è un pinnacolo?!) e storie lontane assorbite e sopraffatte dal caos parolespressivo, che c'è un'immaturità insita in ogni realtà media aziendale, che li aspetta a braccia aperte per affogarli nella mediocrità di abitudini e di stereotipi.
Un'immaturità che non è infantile, non è innocente; anzi è maliziosa, malevola, impaurita e pericolosa, ha unghie e denti da cui dovranno imparare a difendersi...
E va bene, la cultura se usata in modo appropriato può servire come arma; può essere scudo, ma si presta più come fioretto, e se non si è troppo accorti può toccare corde che innescano congegni a tempo pronti ad esplodere in mobbing sottile....
Ma no, la scuola non vuole insegnare a difendersi - è già troppo impegnata ad autogiustificarsi - e non so se avrei mai il coraggio di dire alla mia genitrice quanto trovi avvilente e degradante questo gioco di conti sul proprio futuro, a cui ci costringono, a spese di piccole persone-in-fieri che non riceveranno le armi che meritano in eredità, che perderanno ciò che noi non guadagnamo, in nome di un domani che cerchiamo di accaparrarci disperati ed insicuri.
Per sopravvivere prediamo i più deboli e poi cerchiamo giustificazioni forbite e moralmente accettabili, ma la verità è che siamo squali, o pesci piccoli, in questo mare. Anche i pesci grandi vengono sbranati poco a poco, se si apre una fessura nella loro difesa.
Io non voglio diventare uno squalo, nè essere sbranata; ma il gioco della medusa, che urticantemente galleggia e schiva, pur di mantenere un pò di luce e riuscire a vedere il fondale, non può durare a lungo....
Questo, e lo sottolineo, come ammissione di mediocrità della sottoscritta; e come omaggio a quelle reclute che combattono in prima linea con un coraggio che non so se saprei mai emulare.
Forza Vale.

lunedì 22 ottobre 2007

Neve e Cioccolato bollente



Dieci gradi di meno! Ma dico io... dieci! In un giorno! O_O Ho le punte delle dita che sembrano polaretti, sta a vedere che se le lecco sanno pure di fragola, menta e limone...
Sarà pure un'impressione, ma il freddo mi cambia i pensieri. Per assurdo, si affinano, diventano come cristalli, geometrici e regolari, si ripetono dentro in eco fino a purificarsi... è un ottimo periodo per scrivere racconti brevi. Per far quadrare i conti delle bollette condominiali in sospeso, analizzare i preventivi delle assicurazioni e aggiustare ricette culinarie secondo i crismi della praticità. Mi accingo dunque a riassumere in breve una ricettina cioccolatosa di antica memoria...
A differenza dei Maya, gli Aztechi preferivano bere la cioccolata fredda. Si racconta che dalle cime del vulcano Popocatepelt i servi portassero la neve per la bevanda dell’imperatore.
Ma io preferisco la versione bollente... per riscaldare le mani, il corpo, e lo spirito. Scusa Quetzalcoatl, chiedo venia ma fa proprio freddo...


CIOCCOLATA AZTECA (x 2)
350 ml di acqua
sei cucchiai di cacao (meglio se equo e solidale)
una manciata di arachidi (idem)
una tavoletta da 150 grammi di cioccolato fondente (e per fondente intendo almeno oltre l'80% eh!)
un peperoncino secco
una stecca di cannella (o di vaniglia se non vi piace la cannella)
un pizzico di pepe
tre chiodi di garofano
due semi di cardamomo
la buccia grattugiata di un limone piccolo (biologico, xkè quelli commerciali hanno la buccia trattata con anticrittogamici velenosi anche per noi)

Frullate le arachidi e mettetele da parte.
Fate sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente, stemperate nell'acqua calda sei cucchiai di cacao, unite e mescolate per bene il tutto finchè non sarà omogeneo.
Aggiungete il peperoncino secondo la piccantezza desiderata, la stecca di cannella o vaniglia, le altre spezie e infine la buccia di limone. Fate sobbollire a fiamma bassa per qualche minuto, poi filtratela con un colino a trama grossa e mettete in tazza. C'è chi aggiunge dopo le arachidi, o chi non le mette proprio.
Da notare che, oltre ad essere piccante come piaceva ai conquistadores... è amarissima. Niente zucchero, per carità! Come per il tè verde (quello vero), il caffè buono e la massa di cacao, l'amaritudine è ciò che la rende davvero speciale, e si apprezza allenando il gusto. Fate pratica!

giovedì 18 ottobre 2007

Ricette...

Orbene, ho appena scoperto ke le funzionalità del blog non mi consentono di caricar ricette come file powerpoint, ma solo come post. Peccato, perchè m'eran venute così fighe con gli slide... :(
Ma non desisto. Almeno questa la voglio mettere. E spero di farla seguire a breve da quella promessa, dell'okonomiyaki Kazu san style. Buona creazione culinaria, e buon appetito!

SOFFICETTI ALLA CAROTA

INGREDIENTI:
150 grammi di mandorle
150 grammi di carote
150 grammi di zucchero di canna
2 uova
4 cucchiai di farina 00
Un pizzico di sale
1/3 di bustina di lievito per dolci
Un po’ di burro

STRUMENTI:
Una frusta per montare a neve
Un frullatore
Alcune ciotole
Una teglia per muffin

PREPARAZIONE:
•Frullate finemente le mandorle e mettetele da parte.

•Tagliate a tocchi le carote, frullatele e mettetele a parte in un’altra ciotola.

•Alle carote aggiungete i tuorli delle due uova, lo zucchero e il pizzico di sale. Mi raccomando, le uova prendetele di galline ruspanti, e preferibilmente allevate secondo metodi biologici!

•Unite al composto la farina setacciata, le mandorle tritate e infine il lievito. Ci vogliono dei bicipiti poderosi per amalgamare bene il tutto! ;) Infine unitevi con delicatezza i tuorli delle due uova montati a spuma.

•Imburrate per bene la teglia per muffin e versatevi il composto a cucchiaiate: due per ciascuno dovrebbero bastare. Non riempiteli fino all’orlo, ma massimo a ¾!

•Cuocete in forno caldo a 160° per 10 minuti e a 175° per altri 15 minuti. Controllate la cottura con uno stuzzicadenti. Lasciate raffreddare... Se li togliete ancora caldi rischiate di romperli perché sono molto morbidi!

venerdì 12 ottobre 2007

Tempo sabbia e tempo acqua



Sì, lo ammetto, il tempo mi ha fagocitata. E mi risputa un bel pò dopo, per fare una capatina sul blog, ormai preda di ragnatele che non sono solo quelle del web.

Vi capita mai di sentirvi mangiati dal tempo? Spesso mi illudo che il tempo mi appartenga, di poterlo organizzare, suddividere, inscatolare e rendere pratico per usufruirne quando mi serve. Invece, col cavolo. Scivola via e mi circonda, e la realtà pian piano diventa il ricordo di ciò che era prima. I sogni per me sono esperienze sensitive, e quando la vita stessa diventa ricordo, è difficile distinguere tra i due. In fondo, diventano entrambi parte di me, in quella grigia materia cerebrale che accumula esperienze.

Mi capitano giorni monocromi; e quelli che passo prevalentemente a casa, si annullano in una nebbia che ha un colore indistinguibile, tipo grigio chiaro. Non grigio fumo nè grigio Londra... proprio grigio perlaceo, quel colore che è luce e sedimento assieme. E più passa il tempo, più diventano grigio scuro. Tipo il colore delle pietre fossili che imprigionano trilobiti e ammonie, orme di fantasmi. Poi ci sono i ricordi dell'infanzia, che non so perchè, hanno quella luce soffusa e bianca, di un bianco candido che la neve appena caduta in confronto è nera. E quando li sogno e navigo in quella luce meravigliosa quasi non vorrei mai più uscirne.

Ma i giorni rossi, e i giorni blu cobalto, e i giorni giallo ginko... bè, quelli è un'altra storia. Per ora, vado atuffarmi nei sogni. E spero di affondare in un morbido tepore bianco.